Shark Tank, il primo reality dedicato alle startup, è ormai diventato un appuntamento imperdibile sia per chi già lavora in questo mondo, sia per chi ha comunque interesse verso il settore e sta magari cercando di capire meglio come far funzionare il suo progetto per trovare investitori.

Nelle tre puntate finora andate in onda sono stati messi in evidenza alcuni schemi tipici che riguardano il rapporto tra startupper e investitori, che sicuramente il format tv esalta, ma da cui possiamo trarre insegnamenti validi per startupper che vogliano portare avanti progetti di successo. Vediamoli di seguito.

1. La prima dote di uno startupper di successo è…l’umiltà!

Che siate imprenditori esperti, professionisti di successo o startupper alle prime armi non vuol dire che possiate fare nella vostra vita qualsiasi cosa vi passi per la mente. Una delle doti che sembrano essere più apprezzate dagli “squali” di Shark Tank – ma non solo – è certamente l’umiltà di chi propone un progetto di business.

Essere umili non vuol dire avere un atteggiamento di sostanziale soggezione nei confronti dell’investitore, perchè neanche esso paga. Significa essere pronti a rivedere il proprio progetto, a valutarne meglio le criticità, ad accogliere e fare propri i consigli di chi può vantare un’esperienza pluriennale nel settore, quindi in grado di fare la “radiografia” a chiunque gli chieda dei soldi per un nuovo business.

Pelty,il primo bluetooth speaker alimentato da una candela

Pelty,il primo bluetooth speaker alimentato da una candela

Molto spesso ci si presenta al cospetto degli investitori soltanto con un’idea e nient’altro, sottovalutando gli aspetti manageriali che fanno invece sempre la differenza fra una startup di successo e quelle che saranno inghiottite dal mercato in men che non si dica.

Per tornare al reality, significativa di quanto dicevamo la condizione posta da Dettori ai ragazzi di “Dj Overset“, il sistema virtuale per portare i più grandi dj del mondo nelle discoteche di tutto il globo senza farli spostare dal luogo di residenza: “Investo su di voi a patto che vi facciate guidare nella costruzione del business e che si nomini un’amministratore delegato di fiducia anche dell’investitore“.

I due startupper non hanno esitato ad accettare l’offerta, riconoscendo di avere notevoli lacune al loro interno, soprattutto sotto il profilo manageriale.

L’investitore, in questo caso con notevole esperienza in ambito musicale, non apporterà soltanto denaro, ma un bagaglio di esperienze, conoscenze e relazioni che possono fare davvero la differenza. Questo è il vero valore aggiunto da riconoscere agli “squali”.

2. Ma tu, che competenze hai?

Le competenze, queste sconosciute! Costruire un business che funzioni è davvero complicato e gli “sharks” lo sanno bene. Ma se si parte completamente da zero può diventare impossibile.

E’ un altro degli atteggiamenti che spesso si incontrano negli startupper, anche in quelli che si propongono a Shark Tank. Sempre per ricollegarci a quanto dicevamo poco fa, per molti sembra che l’idea sia tutto, non il punto di partenza su cui, forse, riuscire a costruire un business.

Molti startupper cercano di proporsi in settori assolutamente lontani dalle loro conoscenze e competenze, senza quindi poterne comprendere le dinamiche e le difficoltà intrinseche. Come si fa a creare un’impresa e a rivolgersi ad un mercato di cui non si sa nulla o quasi?

Anche qui, con molta umiltà, si potrebbe riuscire a trovare la quadra, ma i tempi saranno sicuramente più lunghi di quelli di chi quel mercato e quel target di clientela lo conosce già, e sa così anticiparne le tendenze.

In tal senso la lezione viene dagli stessi “squali” di Shark Tank: quando non si sa abbastanza di un settore e del mercato di riferimento meglio tirarsi fuori!

3. Ho già degli investitori nella mia startup, non posso pregiudicarli…

Verrebbe da rispondere… e allora perchè non ti fai finanziare dal loro? E’ anch’esso un atteggiamento poco umile come i precedenti, perchè se chiedi soldi ad un nuovo investitore, sapendo che nella tua startup ce ne sono già altri, è ovvio che quello cercherà di massimizzare il suo investimento in termini di quota e che quindi ciò andrà necessariamente a ridurre le partecipazioni di tutti i soci già esistenti.

Gnammo, startup di social eating e home restaurants

Gnammo, startup di social eating e home restaurants

E’ un problema che andrebbe affrontato a monte, già in fase di costituzione della startup. Esiste la possibilità di inserire delle clausole c.d. “antidiluizione” delle quote, che possono quindi salvaguardare la partecipazione dei primi investitori che hanno creduto nel progetto. Ma se vuoi crescere e ottenere altro capitale di rischio devi essere disposto a rinunciare a qualcosa!

Se non vuoi quindi pregiudicare i primi investitori devi essere pronto a sacrificare parte della tua quota, oppure dar loro la possibilità di realizzare una “exit” in virtù dell’ingresso di nuovi investitori che abbiano sia capacità finanziarie maggiori, sia un bagaglio di competenze ed un network decisamente utile per la tua startup. Non puoi pretendere di avere lo stesso piede in due scarpe…

4. La tua idea è difendibile?

La maggior parte delle idee di startup non sono brevettabili, eppure fra quelle sul mercato ce ne sono alcune che, per quanto replicabili, hanno un notevole, ineguagliabile, vantaggio competitivo. Oppure può accadere – come è successo nella terza puntata di Shark Tank – che qualcuno dica di aver brevettato la sua idea e poi non ne voglia parlare in tv… perchè potrebbero rubargliela!

ST_GeniusOm

In un caso o nell’altro quello che emerge è che la “difendibilità” di un’idea costituisce un suo notevole valore aggiunto, ma raramente esso deriva dalla sua brevettabilità.

Infatti uno dei principali vantaggi competitivi deriva dall’essere fra i “first mover” in un mercato in forte espansione, nel quale riuscire ad acquisire una fetta consistente significa poterne diventare leader e battere sul tempo anche eventuali colossi del settore.

E’ quello che è successo con la startup Aquacom, che propone due diversi distributori automatici d’acqua e di bevande isotoniche, con target condomini/comunità nel primo caso e palestre/centri fitness nel secondo.

Il “time to market” è quello giusto e l’investimento di Cannavale, Bonetti e Vigorelli, vista anche la quota negoziata (40%), va nella direzione che dicevamo: cercare di diventare al più presto leader del mercato di riferimento, per poter sfruttare il vantaggio competitivo così acquisito sia in chiave di partnership future, sia in chiave di possibile exit.

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